mercoledì 22 luglio 2015

Recensione del primo capitolo de 'L'estate che ammazzarono Efisia Caddozzu' edito da Piemme

Eccoci nuovamente all'ormai consueta rubrica che commenta gli estratti dei libri appena pubblicati dai piccoli e grandi editori. Questa è la volta de 'L'estate che ammazzarono Efisia Caddozzu' di Marisa Salabelle, edito da Piemme.


Titolo: L'estate che ammazzarono Efisia Caddozzu
Autore: Marisa Salabelle
Editore: Piemme
Pagine: 224
Genere: Thriller

La trama
Siamo a Pistoia, durante la festa di San Jacopo, patrono della città, quando due ragazzini trovano, vicino a un fosso, il cadavere di una donna. Il cranio è fracassato e, sulle prime, si pensa a una prostituta, sulla base dell'abbigliamento e del trucco della donna. Dopo affannose indagini, si scopre invece che il corpo è quello di una maestra elementare, Efisia Caddozzu,  che tutti credevano in vacanza. I sospetti si concentrano subito sul mondo degli immigrati; Efisia infatti faceva volontariato e aiutava spesso giovani albanesi ad ambientarsi nella città. 
Le ricerche si concentrano sulla vita della maestra, emigrata dalla Sardegna agli inizi degli anni Settanta, che aveva dedicato tutta una vita all'insegnamento e al volontariato. Perché la donna è stata uccisa?
Nonostante le indagini portino tutte in direzione di un ragazzo albanese che lei aveva aiutato tempo addietro, la verità sarà sconvolgente... 
La nostra recensione al primo capitolo
Ottimo esordio per Marisa Salabelle! Il primo capitolo de 'L'estate che ammazzarono Efisia Caddozzu' si legge in un attimo. La storia viene narrata su due spazi temporali diversi: il primo odierno, in cui il cadavere di una donna, forse una prostituta, viene rinvenuto in un fosso da due ragazzini in bicicletta, il secondo intorno al 1950, quando una donna lotta per mettere alla luce il suo primo figlio. 
"Quando infine il bambino venne fuori, era violaceo e inerte;
 la madre rantolava sfinita; 
tutti si adoperarono a soccorrerla con nuove pezzuole umide e parole di conforto, 
mentre l’esserino appena nato fu buttato su una poltrona, avvolto in uno straccio, 
come una cosa ormai inutile. 
Solo mezz’ora più tardi, quando fu ormai chiaro che il peggio era passato 
e che la puerpera se la sarebbe cavata con qualche giorno di riposo, 
la signorina Onoria raccolse quel fagottino, 
aprì i lembi del telo e si accorse di due cose:
 la prima, che il bambino era vivo e non pareva intenzionato a morire;
 la seconda, che non era un bambino ma una femminedda. 
Fu così che Efisia Caddozzu venne al mondo".
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